Il catetere vescicale è uno dei presidi più usati in ospedale, e proprio perché è così comune il rischio che porta con sé viene a volte sottovalutato. Un catetere lasciato in sede più a lungo del necessario, o gestito senza le attenzioni dovute, può aprire la strada a un’infezione urinaria da catetere che, nei casi più gravi, diventa un’urosepsi, una condizione che mette in pericolo la vita.
Se tu o un tuo familiare avete contratto un’infezione di questo tipo durante un ricovero, è legittimo chiedersi se si potesse evitare. Qui vediamo quando l’infezione è una complicanza inevitabile, quando è il segno di una gestione non conforme, quali danni si risarciscono e come si procede.
In breve: l’infezione urinaria da catetere può dare luogo a un risarcimento quando deriva da una gestione evitabile, per esempio un catetere tenuto oltre il necessario, un’igiene inadeguata o segni di infezione trascurati. Non ogni infezione, però, è colpa di qualcuno: alcune restano possibili anche con un’assistenza corretta, ed è la documentazione clinica a dire da che parte sta il singolo caso.
Pre-valutazione documentale gratuita
Se ritieni che quanto accaduto possa meritare un approfondimento, possiamo offrirti una prima analisi della documentazione sanitaria.
Invia i documenti in PDF leggibile (testo selezionabile) a info@irideassociazione.org oppure compila il modulo sul sito.
Dopo il parere preliminare, potrai – se lo desideri – rivolgerti ai professionisti convenzionati per un’eventuale azione senza anticipi.
Che cos’è un’infezione urinaria da catetere
È un’infezione correlata all’assistenza, cioè contratta durante il ricovero, legata alla presenza del catetere vescicale. Secondo la definizione adottata dall’Istituto Superiore di Sanità, le infezioni correlate all’assistenza sono quelle che al momento dell’ingresso in struttura non erano clinicamente manifeste né in incubazione; per convenzione di sorveglianza, si considera contratta in ospedale l’infezione che compare dopo le prime 48 ore di degenza. Le infezioni delle vie urinarie sono fra le più frequenti, circa il 18% di quelle rilevate negli ospedali italiani per acuti nel 2016, e il catetere vescicale ne è il principale fattore di rischio.
Il meccanismo è semplice: il catetere è un corpo estraneo che mette in comunicazione la vescica con l’esterno e offre ai batteri una superficie su cui aderire, e il rischio cresce con ogni giorno di permanenza. I microrganismi più coinvolti sono l’Escherichia coli, la Klebsiella e lo Pseudomonas, dalla flora intestinale del paziente stesso o dalle mani degli operatori.
Va distinta, però, la presenza di batteri nelle urine dall’infezione vera e propria. Nel portatore di catetere la batteriuria, dopo alcuni giorni, è quasi la regola: senza febbre o altri segni non è una malattia e di norma non si tratta. Un’urinocoltura positiva, da sola, non prova un’infezione urinaria da catetere. Si parla di infezione quando ai batteri si accompagnano segni clinici: febbre, dolore al basso ventre o al fianco, bruciore. Nel portatore di catetere, tuttavia, i sintomi urinari classici spesso mancano: può esserci soltanto una febbre senza altra spiegazione o, nell’anziano, uno stato di confusione improvviso, ed è uno dei motivi per cui l’infezione viene a volte riconosciuta in ritardo.
Quando l’infezione supera le vie urinarie e scatena una risposta generalizzata dell’organismo, spesso con passaggio dei batteri nel sangue, si parla di urosepsi: una forma di sepsi che può evolvere in shock settico, con calo della pressione e sofferenza degli organi, ed è a questo stadio che diventa pericolosa per la vita.
Complicanza o errore: dove passa il confine
Non ogni infezione è un errore. Il catetere comporta un rischio infettivo che esiste anche quando tutto viene fatto bene. Lo stesso Istituto Superiore di Sanità stima che una quota fra il 35 e il 55% delle infezioni correlate all’assistenza sia prevenibile con programmi di controllo adeguati: letto al contrario, una parte resta possibile anche in una struttura che lavora correttamente.
Si entra nel campo della malasanità quando quel rischio è stato aumentato da una condotta trascurata. È lo stesso principio che vale per tutte le infezioni contratte in ospedale: conta il confronto fra ciò che è stato fatto e ciò che le buone pratiche di prevenzione richiedevano in quel momento.
Quando l’infezione da catetere è malasanità
Gli scenari che spostano l’infezione dal rischio accettabile alla responsabilità sono soprattutto quattro.
Catetere mantenuto oltre il tempo necessario
È la situazione più frequente. Le linee guida internazionali, fra cui quella dei Centers for Disease Control del 2009 sulla prevenzione delle infezioni urinarie associate a catetere, prevedono che il presidio sia posizionato solo per indicazioni precise, come una ritenzione urinaria, un intervento chirurgico o il monitoraggio della diuresi in un paziente critico, e rimosso appena non è più necessario. I protocolli delle strutture traducono questo principio nella rivalutazione quotidiana dell’indicazione, annotata in cartella. Un catetere lasciato per comodità assistenziale, o dimenticato per giorni dopo un intervento, aumenta il rischio senza alcun beneficio; se la cartella tace sulla rivalutazione, la struttura fatica a giustificare la durata.
Mancato rispetto delle regole di asepsi
L’inserimento richiede tecnica sterile, materiale adeguato e igiene delle mani; la gestione successiva richiede un sistema di drenaggio chiuso, la sacca sempre sotto il livello della vescica, la cura quotidiana del meato e nessuna disconnessione non necessaria. Sono regole codificate nei protocolli di ogni struttura: quando vengono violate, o la struttura non è in grado di documentare di averle seguite, l’infezione diventa la conseguenza di una condotta non conforme.
Segni di infezione trascurati
La febbre, l’alterazione degli esami del sangue, le urine torbide o maleodoranti impongono di eseguire un’urinocoltura, di valutare la rimozione o la sostituzione del catetere e di impostare la terapia antibiotica. Un ritardo di giorni fra i sintomi e la prima coltura, o una terapia iniziata a quadro già compromesso, sono omissioni che possono trasformare un’infezione trattabile in un’urosepsi.
Passaggio all’urosepsi non riconosciuto in tempo
La sepsi è un’emergenza tempo-dipendente: ogni ora di ritardo negli antibiotici e nel sostegno dei parametri vitali peggiora la prognosi. Un paziente con febbre alta, pressione in calo, frequenza cardiaca elevata e confusione che non viene rivalutato in tempo, senza emocolture e senza terapia adeguata, subisce un danno che va oltre l’infezione iniziale.
Su questo punto la giurisprudenza aiuta il paziente. Chi agisce deve provare il ricovero, il danno subito e il collegamento fra l’infezione e la degenza con il catetere; a quel punto la struttura sanitaria deve dimostrare di aver adottato tutte le misure di prevenzione previste, con protocolli, registrazioni e sorveglianza documentati, e se non ci riesce risponde del danno. È l’orientamento della Corte di Cassazione sulle infezioni ospedaliere: il silenzio della cartella clinica non gioca a favore della struttura.
Quando non c’è responsabilità: l’infezione come complicanza
Per equilibrio, è utile dire con chiarezza quando un’infezione urinaria da catetere non dà luogo a responsabilità della struttura. Il primo caso è quello del catetere necessario, posizionato per una ragione documentata e rimosso appena quella ragione è venuta meno: se la cartella mostra la rivalutazione giorno per giorno, la durata non può essere rimproverata a nessuno.
Il secondo caso riguarda le procedure: se l’inserimento è avvenuto in asepsi, la gestione del sistema di drenaggio è stata corretta e tutto questo risulta dalla documentazione, l’infezione che compare comunque rientra nel rischio del presidio. Contano anche le condizioni del paziente: diabete, immunodepressione, età avanzata e patologie urologiche preesistenti aumentano la probabilità di infezione a parità di assistenza. Va aggiunto il caso della semplice batteriuria senza segni clinici: non è un’infezione, e non averla trattata non è un errore.
Infine, non c’è responsabilità quando la sorveglianza ha funzionato: la febbre è stata notata, le colture eseguite, la terapia antibiotica avviata in tempi congrui e poi adeguata all’antibiogramma. L’infezione può aver avuto un decorso serio, ma non è stata causata da un’omissione. Manca invece il nesso causale se l’infezione era già presente all’ingresso, se la sepsi ha avuto un’origine diversa dalle vie urinarie o se il danno dipende dalla malattia di base. Sono distinzioni che si fanno solo sui documenti, caso per caso.

Quali danni si possono risarcire
Il risarcimento copre il danno biologico, cioè la compromissione dell’integrità psicofisica del paziente, valutata in percentuale dal medico legale e convertita in denaro con le tabelle previste dalla legge per la responsabilità sanitaria: la Tabella Unica Nazionale, in vigore dal 2025, per le invalidità dal 10% in su, e la tabella delle micropermanenti per quelle inferiori; le tabelle del Tribunale di Milano restano per le voci che queste non coprono. Si aggiungono il danno morale, per la sofferenza patita, e il danno patrimoniale, con le spese di cura e l’eventuale perdita di reddito.
Il danno può essere temporaneo, come nei giorni di degenza aggiuntiva e di convalescenza imposti dall’infezione, o permanente, quando l’urosepsi lascia postumi stabili, per esempio una compromissione della funzione renale o gli esiti di uno shock settico. Quando l’infezione porta alla morte del paziente, il risarcimento spetta ai familiari, per la perdita del rapporto parentale e per il danno che il paziente stesso ha subito prima di morire. Trovi un approfondimento nella guida al risarcimento per le infezioni ospedaliere.
Cosa fare e quali documenti raccogliere
Conviene raccogliere subito ciò che documenta la gestione del catetere e l’evoluzione dell’infezione. La richiesta della cartella clinica va presentata per iscritto alla direzione sanitaria, tenuta a consegnarla in copia integrale. Contano:
- la cartella clinica completa, con il diario medico e il diario infermieristico in cui è annotata la gestione del catetere;
- la scheda di posizionamento e gestione del catetere, se tenuta a parte, con le date di inserimento, sostituzione e rimozione;
- gli esami colturali, cioè l’urinocoltura e l’emocoltura con antibiogramma, che identificano il batterio e la sua sensibilità agli antibiotici;
- gli esami del sangue seriati, con gli indici di infiammazione, e i referti che documentano l’evoluzione fino all’eventuale urosepsi;
- la scheda della terapia antibiotica, con le date di inizio e di modifica;
- la lettera di dimissione e la documentazione delle cure successive, comprese le spese sostenute.
Le date di inserimento e rimozione del catetere sono il dato più semplice e più importante: confrontate con l’indicazione clinica, dicono subito se la durata era giustificata. Conta poi la data di esordio dell’infezione, che si colloca sul primo segno clinico o di laboratorio, la febbre o il rialzo degli indici di infiammazione, e non sul giorno in cui la coltura risulta positiva: il confronto fra quel momento e l’inizio della terapia misura la tempestività della risposta. Quando il batterio isolato è resistente agli antibiotici, come accade con alcuni ceppi di Klebsiella, il caso si collega da vicino a quello di un’infezione da Klebsiella.
Il ruolo della valutazione medico-legale
A stabilire se l’infezione era evitabile e se ha causato il danno è il medico legale, affiancato da un infettivologo. Insieme ricostruiscono, giorno per giorno, l’indicazione al catetere, la sua gestione e la sorveglianza dei segni di infezione, li confrontano con le buone pratiche in vigore all’epoca dei fatti e li collegano all’evoluzione clinica, per verificare se una gestione corretta avrebbe, con il criterio del «più probabile che non», evitato l’infezione o la sua progressione a urosepsi. È il passaggio che trasforma un sospetto in una richiesta sostenibile, o che chiarisce che l’infezione rientra nel rischio non evitabile.
Con l’assistenza gratuita di IRIDE questa valutazione, insieme a quella legale, non ha costi iniziali per il paziente.
Come ottenere il risarcimento
Quantificato il danno, si invia una richiesta scritta alla struttura e alla sua compagnia di assicurazione. Se manca l’accordo, la legge prevede un passaggio obbligatorio prima della causa: un accertamento tecnico preventivo con finalità conciliativa davanti al tribunale, oppure la mediazione. Nell’accertamento tecnico preventivo il consulente nominato dal giudice esamina la documentazione e propone una soluzione alle parti, e spesso la vicenda si chiude lì.
In generale il diritto si prescrive in dieci anni verso la struttura e cinque anni verso il medico, a partire da quando il danno diventa riconoscibile come conseguenza di una condotta colposa e non dalla data del ricovero: la struttura risponde a titolo contrattuale, il singolo sanitario a titolo extracontrattuale. Un approfondimento sui termini di prescrizione della responsabilità medica aiuta a orientarsi; la verifica sul singolo caso spetta a un professionista.
Assistenza gratuita con IRIDE
IRIDE è un’associazione no profit che affianca gratuitamente le persone che ritengono di aver subito un danno da malasanità. Se un’infezione urinaria da catetere o un’urosepsi ha colpito te o un tuo familiare durante un ricovero, puoi far esaminare la documentazione da medici legali e avvocati che si occupano di responsabilità sanitaria. La pre-valutazione è documentale, riservata e non impegna a nulla.
Richiedi una consulenza gratuita per sapere se ci sono i presupposti per una richiesta di risarcimento.
Hai contratto un’infezione urinaria o un’urosepsi durante un ricovero con catetere?
Contattaci per una valutazione preliminare gratuita. Possiamo analizzare la documentazione in modo riservato e trasparente.
Invia i documenti in PDF leggibile (testo selezionabile) a info@irideassociazione.org oppure compila il modulo sul sito.
Dopo il parere preliminare, potrai – se lo desideri – rivolgerti ai professionisti convenzionati per un’eventuale azione senza anticipi.
Approfondimenti correlati
Per orientarti meglio tra responsabilità sanitaria e percorso di tutela, puoi leggere anche:
- Come richiedere la cartella clinica: guida completa – il primo passo per ricostruire la gestione del catetere e dell’infezione
- Prescrizione responsabilità medica: quando scade il diritto al risarcimento – i termini verso la struttura e verso il medico
- Risarcimento per decesso da malasanità: come calcolarlo? – i diritti dei familiari quando l’infezione ha esito fatale
FAQ
Ogni infezione urinaria presa in ospedale dà diritto al risarcimento?
No. Il catetere comporta un rischio infettivo che esiste anche con un’assistenza corretta. Si parla di responsabilità solo quando l’infezione era evitabile, per esempio per un catetere tenuto oltre il necessario, per un’igiene inadeguata o per segni di infezione trascurati, e quando la struttura non riesce a dimostrare di aver adottato le misure di prevenzione previste.
Che cos’è l’urosepsi?
È la sepsi che ha origine da un’infezione delle vie urinarie: l’infezione supera la vescica, spesso con passaggio dei batteri nel sangue, e provoca una risposta generalizzata dell’organismo che può evolvere in shock settico e mettere in pericolo la vita. Per questo il riconoscimento tempestivo dei segni di sepsi e l’avvio rapido della terapia sono decisivi anche sul piano della responsabilità.
Chi deve dimostrare che l’infezione era evitabile?
Il paziente prova il ricovero, il danno e il collegamento fra l’infezione e la degenza con il catetere. Spetta poi alla struttura sanitaria provare di aver adottato tutte le misure di prevenzione previste e di aver gestito correttamente il presidio. Se non riesce a dimostrarlo, risponde del danno.
Quali esami servono?
L’urinocoltura e l’emocoltura con antibiogramma, che identificano il batterio e la sua sensibilità agli antibiotici, insieme alla cartella clinica completa con il diario infermieristico, le date di inserimento e rimozione del catetere e la terapia impostata. Da soli, però, gli esami colturali non bastano: contano i segni clinici e la loro data.
Quanto tempo ho per chiedere il risarcimento?
In generale dieci anni verso la struttura e cinque verso il medico, a decorrere da quando il danno è diventato riconoscibile come conseguenza di una condotta colposa, non dalla data del ricovero. La verifica del termine va fatta sul singolo caso.
Serve un avvocato?
Nella pratica sì, insieme a un medico legale: la valutazione tecnica dell’evitabilità dell’infezione e quella giuridica del percorso procedono insieme, e il passaggio conciliativo prima della causa richiede un’assistenza legale. Con IRIDE la valutazione iniziale del caso è gratuita e non impegna a proseguire.
Nota etica e di responsabilità
I contenuti di questo articolo sono a scopo informativo e non sostituiscono il parere medico o una consulenza legale personalizzata. La valutazione medico-legale richiede documentazione completa e analisi del nesso causale caso per caso; tempi di prescrizione e percorsi procedurali possono variare. IRIDE è un’associazione no-profit e non promette risultati certi.
