Risarcimento danni da parto: la malasanità in gravidanza e al parto

Risarcimento danni da parto: in quali casi può essere richiesto un risarcimento per un errore assistenziale in gravidanza e/o al parto.

Vediamo quando si ha diritto ad un risarcimento danni da parto.Risarcimento danni da parto

Risarcimento danni da parto

Un capitolo a parte della responsabilità sanitaria e più in generale della malasanità è rappresentato dal risarcimento danni da parto e dagli errori medici che possono verificarsi durante l’assistenza della donna in gravidanza e, soprattutto, al momento del parto.

Abbiamo già  affrontato il risarcimento in malasanità e di come fare ad ottenerlo dopo l’entrata in vigore della Legge Gelli (se non hai avuto modo di leggere l’articolo puoi cliccare qui). Oggi approfondiamo un aspetto specifico del risarcimento in malasanità: il risarcimento danni da parto.

La gravidanza ed il parto rappresentano due momenti fondamentali della vita di una donna durante i quali è fondamentale ricevere una adeguata assistenza medica. Ciò al fine di prevenire l’insorgenza di possibili complicanze che possono portare ad un danno alla donna e/o al bambino.

Vediamo quali sono i possibili errori medici in gravidanza ed al parto che possono configurare una vicenda di malasanità e dare diritto ad un risarcimento danni da parto.

Malasanità in gravidanza: Il risarcimento danni da parto

Errori in Gravidanza

risarcimento danni da parto

La gravidanza rappresenta certamente un evento fondamentale nella vita della donna e più in generale per la comunità sociale, stante l’inevitabile rilevanza che a tale livello sottende il rinnovarsi della vita. Durante la gestazione la donna va incontro ad una serie di rilevanti modificazioni fisiche e psicologiche, espressione del fisiologico adattamento dell’organismo all’evento fondante della società, la nascita di un figlio.

La gravidanza: un periodo “delicato” che richiede un’assistenza adeguata

Pur nella sua naturalezza e normalità, la gravidanza, rappresenta certamente per la donna un periodo “delicato”. La gravidanza, infatti, richiede particolari cautele e attenzioni da parte non solo dei familiari, ma anche e soprattutto degli operatori sanitari che si trovano ad assistere la gestante fino al parto ed al momento del parto.
Per tale ragione, considerata la sua rilevanza sociale, oltre alle tutele in ambito lavorativo, nel tempo sono stati sviluppati programmi di assistenza sanitaria specifici, sulla base anche di Linee Guida nazionali dedicate alla gravidanza fisiologica.

Linee Guida della gravidanza fisiologica

Le Linee Guida rappresentano uno strumento che consente di trasferire nella pratica clinica le conoscenze elaborate dalla ricerca biomedica. Sono costituite da raccomandazioni di comportamento scaturite dalle migliori conoscenze scientifiche e dalla medicina basata sull’evidenza.

Perchè devono essere seguite le Linee Guida?

Lo scopo dell’elaborazione delle suddette Linee Guida, è rappresentato essenzialmente dalla ricerca di un’assistenza ottimale alla donna in gravidanza.
La finalità di un’assistenza medica adeguata e conforme alle raccomandazioni di comportamento contenute nelle Linee Guida è quella di tutelare la donna ed il bambino.  Nella maggioranza dei casi, inoltre, permettono di intercettare eventuali patologie o problematiche che possono presentarsi ad alterare la fisiologica evoluzione del processo evolutivo della madre e del feto.
Il mancato rispetto delle Linee Guida da parte del personale sanitario, ove non giustificato da particolari esigenze del singolo caso clinico e produttivo di un danno alla donna e/o al feto, può legittimare una richiesta risarcitoria. Se avvenuto al momento del parto, può dare diritto ad un risarcimento per danni da parto.

Risarcimento danni da parto: seguire le Linee Guida riduce gli errori

Oltre a ciò, la standardizzazione delle prestazioni sanitarie ha lo scopo di cercare di evitare gli errori medici derivanti dalla naturale possibile fallacità delle scelte individuali. Il sanitario, a seconda del caso clinico, potrà comunque decidere di discostarsi dai comportamenti raccomandati, dando ampia giustificazione della propria scelta. 
Nelle Linee Guida consultabili sul sito snlg-iss.it (Sistema Nazionale per le Linee Guida), in fase di continuo aggiornamento dopo l’entrata in vigore della recente norma sulla responsabilità medica è presente una “Agenda della gravidanza”. L’Agenda della gravidanza riassume le visite e gli accertamenti strumentali e bioumorali principali da eseguire in ogni trimestre.

Agenda della gravidanza

Risarcimento danni da parto

Il primo trimestre (entro 12+6 settimane)

Rimandando al suddetto indirizzo per la consultazione integrale delle Linee Guida ed in particolare per i dettagli inerenti le visite e gli esami previsti per il primo trimestre di gravidanza, possiamo sinteticamente riassumere quanto indicato, segnalando che, nel primo trimestre (entro 12 settimane + 6 giorni), la donna dovrebbe essere visitata dallo specialista (prima visita), preferibilmente entro le prime dieci settimane di gestazione.

La prima visita in gravidanza

In occasione di tale visita ostetrica, il sanitario dovrebbe redigere un’accurata anamnesi al fine di individuare pazienti che potrebbero necessitare di un’assistenza intensiva. Il ginecologo deve pianificare il loro percorso clinico o rilevare un eventuale disagio psichico, indirizzandole verso idonea assistenza specialistica.
Il Ginecologo dovrebbe inoltre spiegare l’utilità dell’esecuzione dello screening per patologie infettive e anomalie cromosomiche come la S. di Down, programmando a breve distanza di tempo l’effettuazione dei relativi esami quali:

  • esami ematologici (emogruppo, status Rh(D), screening emoglobinopatie, anemia, anticorpi anti eritrociti, HIV, rosolia, sifilide, toxoplasmosi);
  • analisi delle urine (proteinuria e urinocoltura per ricerca della batteriuria asintomatica);
  • indagine ecografica per determinare l’epoca gestazionale;
  • il percorso diagnostico per la sindrome di Down, attraverso:
  • test sierici combinati con traslucenza nucale da 11+0 settimane a 13+6 settimane;
  • test sierici da 15+0 settimane a 20+0 settimane.

Il medico dovrebbe inoltre misurare l’indice di massa corporea e rilevare la pressione arteriosa.
La mancata esecuzione e valutazione di tali indagini da parte del personale sanitario che assiste la donna in gravidanza, rappresenta indubbiamente un errore medico. Questo errore potrebbe impedire di intercettare e trattare eventuali complicanze della gravidanza.
Se da questa omissione deriva un danno che si sarebbe potuto evitare con un comportamento corretto e conforme alle Linee Guida, tale danno può risultare suscettibile di risarcimento per malasanità in gravidanza.

Il secondo trimestre (da 13 settimane a 27+6 settimane)

Le visite del secondo trimestre (da 13+0 settimane a 27+6 settimane), tra le altre cose, hanno lo scopo di esaminare e discutere con la donna gli esiti dei test di screening. Puoi consultare la lista integrale degli accertamenti previsti nel secondo trimestre di gravidanza a questo indirizzo.
L’obiettivo degli accertamenti e dei test di screening è quello di:

    • identificare le pazienti che necessitano di assistenza diversa da quella appropriata per la gravidanza fisiologica, riformulando il relativo piano assistenziale con eventuali accertamenti specifici e di secondo livello;
    • verificare se i livelli di emoglobina sono inferiori a 10,5 g(100 ml e considerare la eventuale supplementazione con ferro;
    • rilevare la pressione arteriosa;
    • offrire alle donne che hanno avuto diabete gestazionale in una gravidanza precedente un test da carico di glucosio (OGTT) a 16-18 settimane di età gestazionale, e un ulteriore OGTT a 28 settimane di età gestazionale, se la prima determinazione è risultata normale;
    • offrire alle donne con uno dei fattori di rischio identificati, un OGTT (75g) a 24-28 settimane di età gestazionale;
    • per le donne sieronegative, ripetere il test per la rosolia e per la toxoplasmosi;
    • programmare (tra la 19° e la 21° settimana), se la donna ha scelto di eseguirla, una indagine ecografica per la diagnosi di anomalie fetali strutturali.

Come per il primo trimestre, non eseguire gli accertamenti previsti dalle Linee Guida per questo periodo della gravidanza, rappresenta un errore medico che, in caso di danno, può dare diritto ad avanzare una richiesta di risarcimento per malasanità in gravidanza.

Il terzo trimestre (da 28 settimane al termine)

Nel corso del terzo trimestre (da 28+0 settimane fino al termine della gestazione) sarà eseguita una ulteriore ecografia. Questa ecografia consentirà di verificare il corretto sviluppo fetale. Saranno inoltre completati gli accertamenti ematochimici e sierologici previsti, oltreché valutata, alla 36° settimana, la posizione fetale, prospettando eventuali manovre di rivolgimento in caso di presentazione podalica.

Quale scopo hanno le visite?

Gli obiettivi delle visite esperite nel terzo trimestre, schematicamente, sono:

  • esaminare e ridiscutere i risultati degli accertamenti precedenti per identificare le donne che necessitano un piano di assistenza diverso da quello previsto per la gravidanza fisiologica;
  • verificare se i livelli di emoglobina sono inferiori a 10,5 g(100 ml e considerare la eventuale supplementazione con ferro;
  • offrire a 28 settimane la profilassi anti-D alle donne Rh(D) negative;
  • rilevare la pressione arteriosa;
  • informare la donna dell’offerta di corsi di accompagnamento alla nascita e informarla sull’allattamento al seno, le cure del neonato, gli screening neonatali, la profilassi con vitamina k.
  • alle donne con riscontro di placenta che copre in tutto o in parte l’orifizio uterino offrire una ecografia alla 32 settimana;
  • a 34 settimane offrire informazioni per la preparazione al travaglio e alla nascita;
  • Raggiunta la 36 settimana deve essere verificata la presentazione del feto, offrendo, alle donne con presentazione podalica, il rivolgimento per manovre esterne (da effettuare a partire dalla 37 settimana).
  • Alla 40 settimane fornire informazioni sulla gestione della gravidanza fino alla 41 settimana e oltre il termine.
Come devono essere eseguite le ecografie in gravidanza?

Da sottolineare il fatto che anche gli esami ecografici eseguiti durante la gravidanza devono essere esperiti secondo delle precise Linee Guida (Linee Guida della Società Italiana di Ecografia Ostetrica e Ginecologica (SIEOG)). Seguire le Linee Guida Sieog consentirà di ridurre il rischio di possibili errori diagnostici.
Il termine della gravidanza, anche nel caso che questa si sia svolta regolarmente, rappresenta certamente una fase delicata, con particolare riferimento al travaglio ed al parto. I sanitari dovranno nell’occasione monitorizzare con attenzione le condizioni di benessere fetale, mediante l’esecuzione di tracciato cardiotocografico o l’auscultazione intermittente del battito cardiaco fetale. Dovranno valutare, caso per caso, la modalità e la frequenza della monitorizzazione, in base allo stato di salute del feto ed al rischio di sofferenza ipossica dello stesso.

Risarcimento danni da parto: la fase terminale della gravidanza

Questa è una fase cruciale del percorso assistenziale della gravidanza. Oltre al benessere della donna, deve essere salvaguardato il prodotto del concepimento, specie al momento del parto che rappresenta una situazione di stress per il bambino.
La puntuale ed attenta verifica del benessere fetale rappresenta pertanto un passaggio delicato anche per il personale sanitario. Un errore in questa fase del percorso assistenziale può determinare un danno irreversibile nel bambino, con conseguente diritto ad un risarcimento danni da parto. Ma vediamo come deve essere valutato il benessere del feto.

Valutazione del benessere fetale: l’esame cardiotocografico

Nella monitorizzazione del benessere fetale assume una particolare rilevanza la cardiotocografia ossia la registrazione simultanea della frequenza cardiaca del feto e delle contrazioni dell’utero. A tale riguardo, sebbene, ancora oggi, non vi sia sempre uniformità nell’interpretazione dei tracciati cardiotocografici, le alterazioni della frequenza cardiaca fetale in rapporto all’attività contrattile dell’utero continuano a condizionare le decisioni del personale sanitario durante un travaglio di parto.

Risarcimento danni da parto per errore nel monitoraggio cardiotocografico

Un monitoraggio cardiotocografico non corretto perché eseguito con frequenza insufficiente oppure con interpretazione non corretta del tracciato da parte del personale sanitario, impedisce di intercettare tempestivamente una sofferenza del feto. Una sofferenza fetale protratta nel tempo può determinare un grave danno cerebrale ovvero anche la morte del feto. Questo grave esempio di malasanità, legittima indubbiamente un risarcimento per danni da parto.

Il tracciato cardiotocografico

Pur non volendo entrare nel merito dell’esame del tracciato cardiotocografico, ci limitiamo a ricordare che nelle classificazioni più accreditate (ACOG – American College of Obstetricians and Gynecologists, NICE – National Institute for Health and Care Excellence e FIGO – International Federation of Gynecology and Obstetrics) sono state individuate le seguenti tre diverse categorie di tracciati:

  • Prima categoria: nella prima categoria rientrano tutti i casi in cui il tracciato cardiotocografico risulta normale;
  • Seconda categoria: nella seconda categoria sono compresi i tracciati con alcune alterazioni per le quali si rende necessario un monitoraggio serrato del benessere fetale ma non la immediata estrazione del feto;
  • Terza categoria: nella terza categoria sono invece ricompresi tutti quei casi in cui, per l’evidente presenza di segni di probabile sofferenza fetale, si impongono provvedimenti immediati ed in particolare la rapida estrazione del feto.

Le alterazioni cardiotocografiche che destano maggiore preoccupazione sono l’assenza di variabilità della frequenza cardiaca fetale associata decelerazioni variabili o tardive ovvero a bradicardia (bassa frequenza cardiaca).

Risarcimento danni da parto: altri aspetti da valutare per una corretta assistenza al parto

I sanitari, oltre che a monitorare il benessere fetale per mezzo del tracciato cardiotocografico, dovranno altresì valutare:

  • la progressione del feto all’interno del canale del parto;
  • lo stato del collo dell’utero;
  • la frequenza e intensità delle contrazioni uterine.

A seconda di ogni specifica situazione dovrà essere verificata la necessità di un eventuale intervento con tecniche di parto assistito (utilizzo di ventosa, esecuzione di episiotomia, ecc.), ovvero mediante l’esecuzione di un parto cesareo in regime di urgenza o emergenza.
E’ agevolmente comprensibile l’importanza, durante questa fase della gravidanza, di una scrupolosa, attenta, puntuale e perita assistenza sanitaria. Un errore in questa fase risulterà infatti determinante nel pregiudicare il buon esito della gravidanza. Si potrà infatti determinare un danno da parto, danno che una corretta assistenza, nella maggioranza dei casi, avrebbe potuto prevenire. In questi casi si potrà avanzare una richiesta di risarcimento danni da parto.

Principali errori durante il travaglio e la fase espulsiva del parto

Risarcimento danni da parto
Durante il travaglio e la fase espulsiva del parto, possono senza dubbio verificarsi errori medici rappresentati principalmente da:

  • erronee valutazioni dei tracciati cardiotocografici, con una sottostima del rischio ipossico fetale;
  • ritardi nella decisione di procedere con un taglio cesareo;
  • mancato riconoscimento di segni di rottura d’utero e prosecuzione delle manovre del parto assistito senza ricorso al taglio cesareo.

Sono tutti errori che spesso determinano gravi danni al bambino, potendo determinarne anche la morte. Se te o un tuo caro avete vissuto una situazione analoga, avete diritto a richiedere un risarcimento danni da parto.

Quando è indicato il taglio cesareo ed entro quanto deve essere eseguito?

Nel caso in cui, durante un travaglio di parto, il personale sanitario che assiste la donna rilevi gravi alterazioni del tracciato cardiotocografico, come già detto dovrà essere posta indicazione ad eseguire un taglio cesareo d’urgenza/emergenza.
Pur a fronte di una corretta diagnosi da parte dei sanitari di sofferenza fetale sulla base del tracciato cardiotocografico, nel caso di danno cerebrale del bambino, potranno sorgere contestazioni riguardanti la tardiva esecuzione del cesareo.
A tale riguardo, si rende pertanto necessario stabilire quali siano i tempi corretti per l’espletamento del taglio cesareo, dalla formulazione dell’indicazione alla sua effettiva esecuzione.

In quanto tempo deve essere fatto il taglio cesareo?

Per rispondere a tale quesito, anche in questo caso, risulta necessario fare riferimento alle Linee Guida. Come detto, le Linee Guida rappresentano le indicazioni derivanti dalle Società Scientifiche Nazionali e Internazionali, tra le quali citiamo l’American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG).
Sulla base di tali autorevoli indicazioni è possibile definire ottimale un accesso al taglio cesareo entro 30 minuti, da calcolarsi a partire dal momento in cui viene posta l’indicazione. Il termine temporale indicato, non può tuttavia esser considerato in termini rigidi e assoluti. Esistono infatti dati di letteratura contrastanti in merito alla efficacia di un intervento particolarmente precoce, essendo comunque ritenuto adeguato anche un limite di tempo non superiore ai 45 minuti.
In definitiva, il mancato rispetto di tali tempistiche rappresenta una incongruità nell’assistenza sanitaria e configura un errore medico ovvero dell’organizzazione della Struttura Ospedaliera. Carenze organizzative della Struttura Ospedaliera possono infatti impedire ai sanitari di operare in sicurezza e nel rispetto delle linee guida.
Non raramente il ritardo di esecuzione di un taglio cesareo non deriva dalla responsabilità diretta del personale sanitario che assiste la donna al momento del parto. In molti casi questo dipende da carenze organizzative (mancanza di una sala operatoria disponibile, ritardo nell’attivazione del personale di sala, etc.) della Struttura ove la donna è ricoverata. Anche in questi casi, ovviamente, un eventuale danno da ipossia cerebrale del bambino sarà meritevole di un risarcimento danni da parto.
In presenza di un ritardo nell’espletamento del taglio cesareo o di un qualsiasi errore nell’assistenza al parto, dovrà essere valutata la natura del danno al bambino o alla madre. Questa verifica deve essere affidata a professionisti qualificati con comprovata esperienza nell’ambito della valutazione del danno da responsabilità professionale medica.
L’intera documentazione sanitaria dovrà infatti essere attentamente esaminata da un collegio peritale costituito da un medico legale, uno specialista in ginecologia ed ostetrica ed eventualmente da un neonatologo.

Mediante questa analisi documentale preliminare, da effettuarsi, giova sottolinearlo, da parte di professionisti specializzati nella valutazione del risarcimento danni da parto, potrà essere correttamente verificata l’esistenza di una responsabilità per malasanità ed accertato il diritto a richiedere un risarcimento danni da parto.

La sofferenza fetale intrapartumRisarcimento danni da parto

Il risarcimento danni da parto per sofferenza fetale

L’evenienza più grave durante le varie fasi del parto è senza dubbio caratterizzata dal verificarsi di uno stato di sofferenza ipossica fetale.
La sofferenza fetale si realizza in presenza di una diminuzione di afflusso ematico al feto con diminuzione della concentrazione dei normali gas respiratori che determina un’ipossia, un’ipercapnia e un’acidosi metabolica.
L’organo fetale più sensibile alla riduzione di ossigenazione è senza dubbio l’encefalo. Il cervello del feto  andrà incontro a danni permanenti tanto più gravi quanto più grave e prolungato sarà l’insulto asfittico.
Qualora tale deficit di ossigenazione sia determinato da un errore medico assistenziale o meglio non sia stato adeguatamente intercettato da parte del personale sanitario e tempestivamente trattato mediante, ad esempio, il rapido espletamento del taglio cesareo, per il danno subito dal feto vi sarà il diritto a richiedere un risarcimento danni da parto.
Dobbiamo ricordare che molte cause di ischemia cerebrale rimangono ancora misconosciute. Possono essere inoltre individuate noxae patogene riconducibili ad eventi occorsi durante la gravidanza piuttosto che al momento del parto.
Alla luce delle evidenze scientifiche recenti, risulta che il 15% circa dei casi di ischemia e danno cerebrale grave neonatale è dovuto ad episodi avvenuti in travaglio di parto. In particolare l’insulto ipossico prolungato e l’acidosi ad esso conseguente, rendendo il compito del consulente medico-legale e dello specialista in Ginecologia e Ostetricia particolarmente complesso, nel valutare i tempi di insorgenza della sofferenza ipossica e le lesioni conseguenti. (Nelson KB. What proportion of cerebral palsy is related to birth asphyxia? J Pediatr 1988;112:572-4.)

Quando si può richiedere un risarcimento danni da parto?

Al fine di stabilire se, in presenza di un errore medico nella gestione del parto, si sia determinato un danno ipossico a carico del feto, sono da segnalare le evidenze scientifiche contenute nelle pubblicazioni ACOG (Neonatal Encephalopathy and neurologic Outcome, seconda edizione 2014). In queste pubblicazioni sono stati indicati i criteri principali utilizzati per definire un evento ipossico acuto intrapartum. Da rilevare che più fattori sono presenti e maggiori sono le probabilità che ipossia-ischemia intrapartum giochi un ruolo patogenetico nel danno cerebrale.

Errore medico durante il parto: i criteri diagnostici

Risarcimento danni da parto
Andando per semplicità a riassumere, nella pubblicazione sopraindicata vengono individuati tre fattori principali:

  1. Segni neonatali compatibili con un evento acuto intrapartum.
  • Indice di Apgar inferiore a 5 al quinto e decimo minuto.
  • Evidenza di acidosi metabolica dall’arteria ombelicale caratterizzata dai seguenti valori: pH <7, BE > -12mmol/L.
  • Evidenza di danno cerebrale acuto evidenziato alla risonanza magnetica o alla spettroscopia compatibile con sindrome ipossico ischemica.
  • Presenza di coinvolgimento multiorgano compatibile con sindrome ipossico ischemica.
  1. Fattori compatibili con evento acuto periparto o intraparto.
  • Evento ischemico o ipossico sentinella che avvenga prima o durante il parto: rottura d’utero, distacco di placenta, prolasso funicolo, embolia liquido amniotico, emorragia fetale da vasi previ.
  • Pattern di cardiotocografia compatibile con evento acuto periparto o intraparto.
  • Diagnostica per immagini compatibile con una eziologia da danno cerebrale acuto (iperecogenicità visibile almeno 48 ore dopo la noxa, TAC non rileva anomalie fino a 24-48 ore dal danno; il tipo di danno è solo a carico dei nuclei della base e della sostanza bianca.
  • Esclusione di altre cause identificabili quali traumi, disordini della coagulazione, condizioni infettive o genetiche,
  1. Encefalopatia del tipo quadriplegia spastica o discinetica

Da quanto fino ad ora esposto, emerge chiaramente come la valutazione dei casi di danno da parto ossia di sofferenza ipossica fetale alla nascita sia particolarmente complessa dal punto di vista medico-legale. Difficoltosa infatti l’individuazione del momento iniziale dell’insulto ipossico anche per le molteplici variabili che influenzano la capacità di adattamento del feto allo stesso, a partire dallo stato di salute precedente al travaglio.
Per tale motivo risulta di fondamentale importanza ribadire come nella valutazione medico-legale dei casi di presunto errore medico durante il parto sia senza dubbio indispensabile affidarsi a professionisti di comprovata esperienza nell’ambito della responsabilità professionale medica che potranno guidarti nella verifica della responsabilità medica e nella richiesta di risarcimento danni da parto.